Unicredit perde 11,8 miliardi e si prepara all’aumento di capitale

Unicredit registra una maxi-perdita da 11,8 miliardi di euro per il 2016, in gran parte determinata dalle già annunciate pulizie straordinarie del bilancio dai crediti in sofferenza e dalle svalutazioni di alcuni asset come il Fondo Atlante, e si prepara così all’aumento di capitale da 13 miliardi — il più grande mai realizzato a Piazza Affari – che potrebbe partire già lunedì 6 (per concludersi il 24 febbraio) o, se i tempi non lo consentiranno, lunedì 13.

 

“Titolo Unicredit pesante alle contrattazioni di Piazza Affari, dove passa anche in una fase di sospensione dagli scambi nella mattinata e tratta poi in netto ribasso per chiudere a -5,5%. L’intero comparto bancario è debole e trascina in basso l’indice generale.

Stamane la banca di Piazza Gae Aulenti ha pubblicato il documento di registrazione predisposto in vista dell’aumento di capitale da 13 miliardi di euro, per il quale ha ricevuto il via libera della Consob. Il documento – insieme alla nota informativa e di sintesi ancora da pubblicare – rappresenta il materiale messo a disposizione di azionisti e investitori per valutare l’opportunità di sottoscrivere la ricapitalizzazione. E sempre oggi a Milano si è tenuto un cda di avvicinamento alla ricapitalizzazione, che dovrebbe poi esser varata prima del cda sui conti del 2016 in programma per il 9 febbraio. “L’accelerazione delle tempistiche dell’aumento di capitale è abbastanza sorprendente, considerando che l’operazione dovrebbe partire il 6 febbraio”, dicono gli analisti di Icbpi che hanno un consiglio ‘buy’ e prezzo obiettivo 29 euro sul titolo. “Non è da escludere che il management voglia approfittare della buona intonazione dei mercati, scongiurando il rischio di realizzare l’operazione a condizioni più sfavorevoli di quelle correnti (il titolo è salito del 16,4% nel corso degli ultimi tre mesi)”.

Nelle prime pagine di avvertenze all’investitore, delle oltre mille che compongono la nota di registrazione, Unicredit fa il punto della situazione ripercorrendo il Piano Strategico 2016-2019, di cui l’aumento è pilastro. Ad esso si aggiunge “il completamento di determinate operazioni straordinarie di cessione di attività (tra cui, in particolare, la cessione del Gruppo Pioneer Investments e di Bank Pekao) in aggiunta alle operazioni di cessione già completate”; il miglioramento della qualità dell’attivo (“Progetto Fino” e “Progetto Porto”, che riguardano la vendita di pacchetti di crediti deteriorati e la loro copertura in bilancio); e “la riduzione significativa del numero di dipendenti e conseguentemente dei costi del personale e degli altri costi operativi”.

In vista dei conti, la banca anticipa che dalle operazioni sui crediti deteriorati (aumento delle coperture e cessioni) si aspetta “impatti negativi non ricorrenti sul risultato economico netto del quarto trimestre 2016 del Gruppo UniCredit, pari a complessivi euro 12,2 miliardi”. Impatti che abbatteranno il patrimonio con effetto contabile al 31 dicembre 2016, mentre l’aumento verrò lanciato solo nei prossimi giorni: formalmente la banca sarà per un periodo – fino al completamento della ricapitalizzazione – fuori dai parametri della Vigilanza. Come ha avuto modo di dire il ceo Jean Pierre Mustier, “l’aumento sta andando bene” per quel che riguarda i sondaggi preparatori, ma Unicredit sottolinea come avvertenza che – se l’operazione dovesse concludersi solo parzialmente – potrebbero scattare gli stop a dividendi, pagamenti di cedole per gli strumenti “Additional tier 1” e bonus dei manager.

A mercati chiusi, la banca ha fatto ulteriormente chiarezza su questi aspetti, spiegando che il cda odierno “ha esaminato le stime dei risultati preliminari consolidati dell’esercizio 2016”. Ribadendo che “i risultati del Gruppo sono influenzati negativamente da poste non ricorrenti di cui circa euro 12,2 miliardi” – che erano stati comunicati il 13 dicembre 2016 in occasione del Capital Markets Day di UniCredit – la banca specifica che “il gruppo ha preso in considerazione una serie di ulteriori svalutazioni una tantum pari a circa euro 1,0 miliardo, che si attende verranno contabilizzate nell’esercizio 2016. Tali poste una tantum derivano principalmente da una maggiore svalutazione della quota nel Fondo Atlante, di alcune partecipazioni e imposte differite attive (DTA) dovute a differenze temporali e dai contributi straordinari al Fondo di Risoluzione Nazionale. Di conseguenza, nella stima dei risultati netti 2016 del Gruppo si prevede di registrare una perdita di circa euro 11,8 miliardi. Rettificato dalle poste non ricorrenti, il risultato economico netto del Gruppo 2016 sarebbe stato positivo”.

Di nuovo nel suo prospetto, menzionando le analisi svolte dalla Bce sul gruppo (nell’ambito dell’attività nota come Srep) Unicredit ricorda che Francoforte ha “evidenziato il persistere di un livello di profittabilità debole, da ricondurre sia a fattori macroeconomici, sia a fattori specifici dell’Emittente, rappresentati da bassi tassi di interesse e da una ripresa economica lenta in Paesi chiave, un elevato livello di rettifiche nette su crediti in Italia ed un elevato livello di costi operativi in Austria e Germania”. Ha inoltre chiesto di “presentare entro il 28 febbraio 2017 una strategia in materia di crediti deteriorati, supportata da un piano operativo per affrontare la tematica dell’elevato livello di crediti deteriorati”.

Quanto alla strategia di cessioni, effettuate proprio per rafforzare il patrimonio, il rovescio della medaglia si vede sulle prospettive dei margini: “L’effetto sul margine di intermediazione e sul risultato di gestione del Gruppo UniCredit è pari rispettivamente a Euro -1.860 milioni ed Euro -948 milioni (a fronte di un margine di intermediazione per i primi nove mesi 2016 di Euro 17.070 milioni e di un risultato di gestione per i primi nove mesi 2016 di Euro 7.263 milioni),prevalentemente riferibili alla cessione del Gruppo Pioneer Investments, nonché alla cessione della partecipazione in Bank Pekao”. Il margine di intermediazione è comunque previsto in crescita dal piano, seppure in “misura molto contenuta” allo 0,6% medio annuo.

Fonte: “la Repubblica”

 

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